Il digitale è “cosa nostra”…ma anche no! La criminalità digitale spiegata al WMF17

Il digitale è -cosa nostra-...ma anche no!.png

Avete mai pensato a come sarebbe stato se i social network fossero già esistiti nel periodo delle faide mafiose?

Avremmo avuto un Totò Riina social, considerando il fatto che aveva (e forse avrà tuttora) un sacco di contatti in tutti i settori istituzionali e non della società italiana; sono certa del fatto che sarebbe arrivato ad essere un personaggio pubblico o addirittura un influencer con un numero esorbitante di followers.

La sua intelligenza criminale l’avrebbe sicuramente portato a fare dei social un mezzo per conquistare il pubblico, per trovare legittimazione e consensi – in termini social: Likes e condivisioni –  per le sue “buone cause” politiche contro lo Stato, perché no?! Avrebbe assunto anche un social media manager tra i suoi scagnozzi in modo da avere un’immagine cool e una strategia di comunicazione smart and friendly.

Mi fa “ridere” pensare a come avrebbe potuto organizzare gli attentati dei giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone: avrebbe creato un gruppo Whatsapp denominato “Famigghia di Cosa Nostra” con i suoi scagnozzi più fedeli e successivamente avrebbe aperto un gruppo segreto su Facebook con il nome “Cosa Nostra & co.” che avrebbe incluso tutte le persone assoldate per eseguire entrambi gli attentati.

Ma tralasciano il modo dell’immaginazione, le ipotesi fatte in precedenza, purtroppo, non sono tanto lontane dalla nostra realtà! A dimostrazione di ciò il Web Marketing Festival 2017 di Rimini ha aperto letteralmente le danze tra le note della canzone “I 100 passi” dei Modena City Rambles, introducendo così il tema della criminalità digitale.

Ma è stato Francesco Morace, il primo ad entrare nel vivo della tematica presentando un interessantissimo panel dal titolo “I paradigmi del futuro per crescere”, attraverso il quale ha presentato lo sviluppo della criminalità prima e dopo l’era digitale.

ale2

Da questa piramide possiamo capire che effettivamente i social sono dotati di una certa ambiguità, data da un lato “buono” e un lato “social- criminale”.

Ne portano esempi concreti la testimonianza di Riccardo Meggiato, editor di Wired, il quale ha portato un caso di traffico di stupefacenti attraverso Facebook, dimostrando in che modo questo mezzo sia molto prolifico per l’organizzazione criminale in quanto riesce a coinvolgere nei traffici non solo i criminali ma anche gente che non ha mai avuto niente a che fare con la criminalità organizzata, e tendenzialmente sono soprattutto i ragazzini che più facilmente cadono in queste reti, trovando la via più facile per fare un po’ di soldi.

Successivamente, Lorenzo Tondo ha mostrato come le foto profilo di Facebook vengono utilizzate al posto delle foto segnaletiche per dare la caccia ai criminali, e in questo caso specifico per incastrare un trafficante di essere umani.

Ma, come detto prima, esiste l’altro lato dei social, il lato “buono”, in cui gli utenti diventano “cittadinanza attiva” svolgendo attività di antimafia semplicemente attraverso la pubblicazione di post su Facebook, come il caso di Federica Angeli, giornalista de La Repubblica​.

Federica ha avuto il coraggio di dare vita ad un’inchiesta sulle faide mafiose presenti sul territorio di Ostia. Nonostante abbia ricevuto minacce di morte, non si è fatta spaventare: “Ho ricostruito tutto il malaffare di questo traffico. Sono stata testimone di un omicidio, ho sentito dal balcone due ragazzi che urlavano ‘Fermo non sparare’ e, affacciandomi, sono stata l’unica testimone oculare. L’altra gente, invece, si è rinchiusa dentro casa…l’omertà.”

19424040_418223105237866_593679923889020375_n.jpg

Grazie alla sua inchiesta e i suoi sacrifici, che vedono parecchi anni di vita sotto scorta insieme alla sua famiglia, presto si avvierà il processo:

“Mi minacciano su Facebook, ma io rispondo pubblicando tutte le informazioni a mia disposizione, costringo la gente a guardare la realtà. Questo è stato il mio modo personale di lottare, attraverso un social del quale finora abbiamo citato solo i difetti.”

 

 

Dopo questo excursus di tutti gli interventi sulla criminalità digitale, ho capito che c’è la necessità di educare gli utenti al giusto utilizzo di questi strumenti che, di fatto, sono altamente pericolosi se adoperati senza criterio. Ho anche capito che non bisogna assolutamente lasciare spazio alla criminalità e fare dei social le proprie armi al fine di dissuadere la gente a legittimare la mafia anche nel cyberspazio. Bisogna lottare in modo consapevole e intelligente.  Bisogna LOTTARE SEMPRE!

 

ale3

Chi sono? Alessandra Scalia, studentessa del corso magistrale in Comunicazione pubblica e politica di UniTo, event manager e convinta attivista dell’antimafia, sogna di rendere ancora più bello il proprio territorio attraverso il grande potere della comunicazione.

 

Annunci

One thought on “Il digitale è “cosa nostra”…ma anche no! La criminalità digitale spiegata al WMF17

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...