INKDOME: cos’è e come funziona. L’abbiamo chiesto a Eric Larsen e Alessandro Cordova.

inkdome

di IMIreneM  – Irene Marchesano

Qualcuno recitava che un diamante è per sempre, ma anche un tatuaggio lo dovrebbe essere. Allora meditare bene su ciò che porteremo sulla pelle è tanto importante quanto la scelta del tatuatore. Quando la tela del dipinto diventiamo noi, si va al di là del semplice tatuaggio: viviamo una vera e propria esperienza che parte dalla decisione fino a giungere alle cure post-tattoo.

E ancora una volta arriva in nostro soccorso la tecnologia: si tratta di Inkdome, una piattaforma che mette in contatto persone alle prime armi sul mondo del tatuaggio con tatuatori professionisti, aiutandoli a trovare ciò che è più vicino alle proprie esigenze e necessità.

Noi di Fuori dal Funnel abbiamo avuto l’occasione di fare due chiacchiere con Eric Larsen, CEO & Co-Funder del progetto Inkdome insieme al loro Experiment manager, Alessandro Cordova, per capirne meglio il meccanismo.

– Qual è la storia di Inkdome? Cosa vi ha spinti a fondare questo progetto?

  • ERIC: Circa un anno e mezzo fa, due ragazzi (Giampiero Anzisi e Emanuele Torelli nonché co-funder della piattaforma) ebbero l’intuizione. Non erano tatuati, ma desideriosi di farlo, si rivolsero a me, in quanto tatuato e amante di quest’arte. In quel momento capì che il problema potesse essere più mainstream e così si provò a testarlo. Partecipando a convention e facendo interviste, si volle capire in profondità cosa l’utente volesse e stesse cercando.
  • ALESSANDRO: Conobbi il team di Inkdome presso l’incubatore Startup Training dell’Università Bocconi. Insieme decidemmo di optare per una strategia MVP, ovvero lanciando una semplice landing page in cui veniva descritto ciò che il progetto sarebbe stato. Il servizio non era ancora attivo, ma grazie alle sponsorizzazioni cercammo di individuare quale potesse essere la risposta del mercato. Alla fine poi si iniziò a fornire il servizio nonostante la piattaforma fosse ancora incompleta.

– Come funziona il servizio?

  • ALESSANDRO: Volevamo puntare sul contatto diretto fra utente e tatuatore, senza l’uso di algoritmi verso un target di inesperti, mai tatuati o poco, o a chi cambia stile. Basta arrivare su inkdome.com, descrivere la propria idea, lo stile e la località e il servizio ti abbina a un esperto nel giro di 24h. Inkdome vuole andare ben oltre l’idea del semplice motore di ricerca alla TripAdvisor: come si è visto dalle interviste, il vero problema riguarda la soddisfazione e la garanzia di aver scelto bene il proprio tatuatore. Scelta che risulta più azzeccata se è un amico (esperto di tattoo) a consigliarli.

–  Dal punto di vista del tatuatore? Come fanno ad entrare in contatto con voi?

  • ERIC: Si è deciso insieme ai tatuatori di creare una sorta di “selezione naturale”: sono gli esperti a proporre l’entrata di un tatuatore e in nessun altro modo i tatuatori possono entrare a far parte della piattaforma. Ogni volta che viene proposto un artista, quest’ultimo verrà analizzato in ogni minimo particolare dalla rete di esperti, i quali potranno approvare o declinare l’artista. I criteri per la selezione? La bravura, la precisione, la passione ed il comportamento tenuto dai tatuatori con i clienti.

“Uno degli ultimi tatuatori intervistati ci ha riferito che inizialmente non credeva assolutamente in Inkdome, poiché gli sembrava impossibile trasformare una forma d’arte antica come il tatuaggio; poi capì quanto questo progetto potesse essere un boost sia per i giovani artisti, sia per i tatuatori con più esperienza.”

– Qual è il vostro business model?

  • ERIC: Lo stiamo testando in questo periodo. Dopo un anno di test che ci ha portato ad avere il servizio attuale, abbiamo firmato i primi contatti con tatuatori di Bologna, Brescia e Milano. Sul totale preventivato noi prendiamo il 10 %. Tale costo è strutturato in base alle spese, perché di fatto aiutiamo l’artista meno conosciuto ad emergere.

– Ad oggi quali sono i vostri risultati raggiunti?

  • ERIC: Per ora sta andando bene. L’obiettivo è quello di creare una nicchia di tatuatori per ogni provincia. Al momento hanno sottoscritto il servizio due tatuatori a Bologna, due a Brescia, uno Milano e gli altri nelle prossime settimane. Il servizio è attivo anche a Mantova, Verona e Modena.

– Che cosa significa per voi “tatuarsi”?

  • ERIC: Ho iniziato a 18 anni. Sicuramente sono tutti ricordi, ho amici in tutto il mondo e in ogni posto in cui ho avuto esperienze e mi sono legato fortemente con altre persone decido di dedicare loro una parte del mio corpo: se sono quello che sono, lo sono grazie a loro.
  • ALESSANDRO: Inizialmente per me era una prova di coraggio, avere un tatuaggio è una cosa che ti rimane sulla pelle per sempre, lascia tracce misteriose sul tuo corpo che altri devono interpretare. Adesso che mi sto avvicinando molto di più a questo mondo, ho capito quanto quest’arte sia una forma di ricordo. Anche quando il tatuatore tatua qualcuno si instaura una relazione. Ad esempio io mi voglio tatuare qualcosa che rappresenti tutti i progetti che ho fatto, non un semplice tribale come pensavo all’inizio.

– Come pensate che il progetto evolverà?

  • ALESSANDRO: È un modello facilmente esportabile, quindi sarebbe bello portarlo in altri paesi. Se ti fidi può diventare un network molto potente, restando sempre su un livello qualitativo molto elevato. Valorizzando il contatto umano di fiducia fra utente ed esperto è come se fosse un amico a consigliarti. Si combatte anche il blocco psicologico di chi entra nello studio ancora titubante. A lungo termine vorremmo anche eliminare questo gap imbarazzante fra i tatuati insoddisfatti.

A questo punto, tatuati inesperti, poco o voi che vorreste cambiare stile, che state aspettando?! Provate INKDOME e fateci sapere se vi abbiamo convinto!

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Communicate like a Deejay

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di @mollibet  – Elisabetta Molli

Stavolta scriverò un post serio ho detto.

Scriverò contenuti utili ho detto.

Scriverò contenuti talmente utili che potrebbero essere la base per un esame.

E INVECE…

Stanotte ho fatto un sogno che mi ha ispirato.

Certo NON vi racconterò di aver sognato Alessandro Cattelan che mi abbracciava mentre Linus mi aggiustava la bici che si era appena distrutta, non so per quale motivo, ma sicuramente non è difficile da credere visto che il soggetto in questione sono io.

Insomma non vi dirò che ascoltare Radio deejay mi nuoce gravemente alla salute (mentale), ma che questa stazione radio che ha compiuto (e festeggiato alla grande) i suoi 35 anni è l’esempio perfetto di come un mezzo di comunicazione tradizionale sia riuscito ad evolversi ed a integrare i nuovi strumenti digitali con grande, anzi grandissimo successo.

La radio nasce come media di intrattenimento ovviamente, ma per il campo della comunicazione viene considerato uno strumento fondamentale per le Pubbliche Relazioni.

Gli strumenti delle PR tradizionali, che sopravvivono nelle digital PR sono di tre tipi:

–          Strumenti scritti: la news e il comunicato stampa rimangono la base dell’intera attività per un professionista del campo. L’unica differenza sta negli attori che il digital PR deve considerare come i suoi interlocutori, ovvero i giornali online/blog, i singoli utenti e le community.

–          Strumenti di parola: gli eventi, considerando che il digitale ha rafforzato e amplificato la portata dell’evento classico, che rimane l’occasione di incontro fisico per antonomasia, con vari interlocutori. Ha un ruolo fondamentale anche la radio, spesso sottovalutata, ma molto utile proprio perchè solitamente, chi accende la tv non per forza si ferma a guardarla, mentre chi accende la radio solitamente è in macchina e tende ad ascoltare con più attenzione.

–          Strumenti d’immagine: contenuti come foto e video sono più immediati e facilmente condivisibili dagli utenti.app

Questi sono solo alcuni degli ingredienti per creare una buona comunicazione, tornando a Catt.. , volevo dire Radio Deejay, possiamo vedere benissimo come li abbia utilizzati per rimanere sulla cresta dell’onda.

1)   WEB: ha creato una pagina web dove scrive contenuti di attualità trattati nei programmi, informazioni sui conduttori, poadcast e si può ascoltare la radio in diretta.

2)   SOCIAL: Ha creato una pagina Facebook dove condivide tutti i contenuti del suo blog, ma anche notizie curiose di altri siti. Pubblica immagini di backstage e dirette di alcuni spezzoni di programma radiofonico, soprattutto quando ci sono ospiti importanti. Ovviamente hanno aperto anche un account Instagram e YouTube che, direte voi, cosa c’entra con la radio? Assolutamente niente, ma porta traffico, si perché i conduttori ormai sono delle vere star e pubblicare foto ufficiali e non, fa davvero impazzire i fans!

3)   APP: eh si, c’è anche la app che riprende i contenuti del sito, ma hai anche la possibilità di scrivere direttamente i messaggi (anche quelli vocali sììì) alle trasmissioni.

4)   COMMUNITY: come dice il loro claim “One nation. One station. One love.” E non si può non ammettere che quando deejay chiama (quasi) una nazione risponda.

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Ed è questo il loro vero segreto: sono riusciti a creare una comunità virtuale quindi online che si incontra anche offline. Si perché Radio Deejay non si limita a festeggiare il suo compleanno con una mega festa-spettacolo con tanto di nome azzeccatissimo Party like a Deejay, ma ogni anno organizza anche una corsa per le strade di Milano la Deejay Ten (la prossima sarà a Bari) che vede migliaia di ascoltatori materializzarsi e correre con i propri idoli radiofonici.

Ascoltare la radio per me è come fare una chiacchierata con i tuoi amici più cari, quelli che conosci da una vita e che riescono sempre a tirarti su di morale, quelli che puoi andare a trovare quando vuoi…l’indirizzo in questo caso è Via Massena 2 (Milano) e se volete fargli visita vi ospitano tutti i venerdì con Follow Deejay.

Non mi rimane che portare la bici a Linus, magari è la volta buona che aggiusto la luce davanti (e che vedo Cattelan, ma questa forse è una di quelle cose che NON vi dovevo dire).

La pubblicità discrimina per genere?

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di Jacopo Bregolin

La pubblicità sta cambiando e i social networks sono ora i canali preferenziali per diffondere news o per far conoscere un prodotto.  In questo nuovo contesto, le compagnie pubblicitarie sanno veramente quale sia il loro target?

Anja Lambrecht (London Business School) e Catherine Tucker (MIT Sloan School of Management) dimostrano che non sia sempre il caso. In un recente working paper* infatti dimostrano che una campagna pubblicitaria disegnata per raggiungere equivalentemente uomini e donne può avere risultati imprevisti.

Nel loro esperimento, è stato richiesto di pubblicizzare le STEM careers (Science, Technology, Engineering e Mathematics), massimizzando visualizzazioni e clicks sia di uomini che di donne, ma come risultato hanno ottenuto che le donne hanno visualizzato e cliccato sull’ad significativamente meno che gli uomini. Perché?

Forse perché le donne in generale tendono a cliccare meno sugli annunci? La risposta è no, in quanto in realtà è proprio l’opposto. Si tratta forse che gli algoritmi creati da Facebook and co. per la diffusione di pubblicità rispecchino una qualche forma di sessismo che predilige gli uomini? Sembra anche questa non essere la risposta.

Dopo un’analisi approfondita, le ricercatrici si sono rese conto che la causa proveniva da un semplice meccanismo di mercato.

La maggior parte di pubblicità che viene proposta agli utenti dei social network riguarda prodotti di consumo e statisticamente le donne, se visualizzano e cliccano su un annuncio, proseguono con più probabilità all’acquisto. Per questo motivo, chi pubblicizza un prodotto ha generalmente più disponibilità a pagare per un click di una donna. É chiaro quindi che social networks come Facebook ne approfittino differenziando il prezzo tra uomini e donne.

Il punto chiave del risultato dell’esperimento risiede quindi nel fatto che la massimizzazione dei clicks a cui la campagna puntava era condizionata dal budget della campagna stessa: per massimizzare il numero di click con un certo budget, l’algoritmo ha prediletto clicks di uomini, in quanto costano meno. Questa differenza di prezzo è proprio dovuta ad uno spillover dal mercato dei prodotti di consumo.

Questa ricerca ci insegna quindi che i bias di genere possono nascere non intenzionalmente da meccanismi di mercato, ma soprattutto dovrebbe portare le compagnie pubblicitarie a fare più attenzione, visto che campagne pubblicitarie di per sé neutre potrebbero attrarre più uomini che donne, diversamente dalle intenzioni dell’inserzionista.

* “Algorithmic Bias? An Empirical Study into Apparent Gender-Based Discrimination in the Display of STEM Career Ads “(2016) Working paper

La sponsorizzazione valoriale del Genoa #EnergiaRossoBlu

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di Federica Ramires – @Fedeiscrazy

Gennaio è per il mondo calcistico uno dei mesi clou del calciomercato: nuovi giocatori che arrivano, altri che tornano, altri ancora che se ne vanno, rinnovi di contratti…tutte notizie che noi tifosi seguiamo avidamente, smanettando ogni giorno per non perdere nessuna mossa del nostro club del cuore. Durante gli scorsi 31 giorni freddi ci siamo anche imbattuti in un’interessante campagna di marketing portata avanti dal club calcistico del Genoa, che ha deciso di presentare in maniera del tutto diversa il nuovo sponsor per la stagione in corso. Si sa, molte immagini del passato sono legate a determinate sponsorizzazioni. In particolare, le imprese che hanno legato il loro nome alle società calcistiche sono tra quelle meglio riconoscibili, in quanto  in molti si sono accorti come lo sport fosse ideale per veicolare e promuovere i prodotti. Ricordiamo, ad esempio, i dodici anni della Barilla con la Roma, o i venti anni di Pirelli ed Inter, o ancora, andando fuori dall’Italia, Samsung e Chelsea.

Con l’obiettivo di creare dibattito attorno ad un elemento del calcio troppo spesso considerato come solo finanziatore, tralasciandone quindi l’aspetto valoriale, a partire dall’8 gennaio, il nuovo main sponsor ha iniziato ad essere presente sulle divise rossoblù in forma anonima, accompagnato da frasi di celebri di personaggi fortemente legati alla squadra ligure: un percorso guidato che racconta la storia e trasmette i valori del club calcistico più antico al mondo. L’idea è stata quella di rivelare il brand che accompagnerà la società calcistica fino a fine stagione poco alla volta, offrendo dei piccoli indizi partita dopo partita. La campagna è stata ideata dalla società di comunicazione Barabino & Partners, i quali hanno anche pensato ad una realizzazione di maglie in edizione limitata ogni domenica, davvero imperdibili per i grandi collazionatori.

E così ha inaugurato il cantautore ligure Fabrizio de André nella gara contro la Roma: “al Genoa scriverei una canzone d’amore, ma sono troppo coinvolto”. Per poi passare, contro il Cagliari, alle parole del famosissimo giornalista Gianni Brera: “quando il Genoa già praticava il football gli altri si accorgevano di avere i piedi solo quando gli dolevano”. Entrambe testimonianze del riconoscimento della grande storia della gloriosa società sportiva e dei valori da essa sempre veicolati.

Un’iniziativa davvero originale, che ha puntato a smuovere la curiosità degli appassionati del gioco più bello del mondo, riuscendoci pienamente: dal momento del primo lancio su Facebook, Twitter ed Instagram sono state oltre 49.727 le interazioni con i post legati alla campagna, permettendole di diventare fin da subito virale, sia online che offline. Il piano di comunicazione ha saputo sviluppare un articolato progetto, intrigando i tifosi di tutta Italia e facendo riflettere sul fatto che uno sponsor non è un semplice mezzo finanziario, ma anche promotore di idee e valori intrinsechi di una società.

Mi sono lasciata prendere dall’alone di mistero promosso dal Grifone e non vi ho ancora rivelato il nome dello sponsor! Dunque, se vi siete persi l conferenza stampa o non avete fatto caso alla nuova scritta sulle maglie rossoblù: si tratta di Eviva, società tutta italiana, emergente nel settore dell’energia elettrica e del gas naturale.

LO SAPEVATE? #communicationdrops

L’esordio della prima maglia da calcio ufficialmente sponsorizzata risale al 1973, quando la squadra del  Eintracht Braunschweig (Bundesliga) entrò in campo con il logo della Jägermeister.

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