WhatsApp Marketing: il caso del Calcio Como #SMStrategies

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di Federica Ramires – @Fedeiscrazy

Riscaldamento. La maggior parte degli studi di marketing e delle strategie di comunicazione poi concretamente realizzate, si concentrano sui social network “classici”, quali Instagram, YouTube, Twitter e il grande capo blu Facebook. Sul web e sui manuali possiamo, infatti, trovare tonnellate di informazioni e trucchi per rendere le nostre idee e i nostri progetti persuasivi, convincenti e in grado di arrivare al  nostro pubblico di interesse usando i social network sopra citati. Cosa succede quando si prova a spingersi oltre a questi andando davvero fuori dagli schemi? È il caso della società calcistica del Como Calcio, la cui comunicazione è gestita dalla ComoComunica, un’agenzia di comunicazione che si occupa di aumentare la visibilità, promuovere e rendere competitive le aziende nel mondo del digitale e del web. La ComoComunica, oltre a gestire i social network ufficiali della squadra lombarda (Facebook, Instagram, Twitter e YouTube) ha proposto per la stagione calcistica 2015/2016 lo sbarco della società sportiva su WhatsApp. Una fonte di informazione in più per i giornalisti e, soprattutto, un luogo d’incontro in più per i tifosi, per un calcio sempre più social.

Palla al centro. Nella stagione 2015/2016 il Como approdava in serie B. Due conti veloci, analisi dell’ambiente altrettanto veloce: Como in serie B, tifosi più entusiasti che mai a seguire  e a tifare per i colori azzurri, 22 squadre a fronteggiarsi sul campo in serie B, 20 in serie A, nessuna che puntava su una strategia di comunicazione su un’applicazione di messaggistica istantanea, necessità di fornire un servizio di customer care più efficace, offrire contenuti marketing esclusivi, inviare news generiche e fare una diretta live delle partite. Perché, quindi, non aprire un canale ufficiale su WhatsApp, un’applicazione immediata ed estremamente diffusa, che può essere definita a tutti gli effetti come un social network avendo moltissimi aspetti in comune con Facebook e altri?

Fischio d’inizio. Usando strumenti che ognuno di noi usa ormai quotidianamente, ovvero un Ipad, il servizio online WhatsApp web assieme a Google Contacts, il progetto viene avviato nel settembre del 2015 con la registrazione di un numero telefonico dedicato: ai tifosi basterà inviare il proprio nome e cognome al numero indicato dopo averlo salvato nella propria rubrica, pena la mancata recitazione del messaggio. Gli utenti che si iscrivevano al canale venivano quindi suddivisi in più liste broadcast, ognuna delle quali contenente un massimo di 256 utenti.

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Goal! In poche ore dal lancio sono stati raggiunti 2000 utenti, suddivisi in 8 liste broadcast. Dopo una sola settimana di promozione del canale ufficiale WhatsApp della squadra lombarda, 4000 utenti si sono iscritti al servizio. La società calcistica Como Calcio stava, inoltre, sulla bocca di tutti e nelle settimane successive raggiunge un incremento su Facebook di 1500 fan e un aumento delle visite sul sito fino al 50-60% rispetto al mese precedente. Un grande successo.

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Cartellino giallo. I risultati ottenuti (sopra ogni previsione) hanno però sin da subito evidenziato alcuni limiti dell’applicazione di messaggistica istantanea che non erano stati previsti nella fase di ideazione del progetto. Dopo i primi lanci di contenuti, infatti, accorgendosi che le spunte dei messaggi inviati non diventavano né doppie né blu (chiaro sintomo di mancata ricezione da parte degli utenti finali), si scopre che questi non venivano recapitati nel caso in cui le liste broadcast non rispettassero i tempi di invio tra ogni lancio. Dopo numerosi test, è stato ricavato un tempo di attesa di circa 12 minuti tra ogni lista. Essendo circa 5000 le persone iscritte al servizio, in 4 ore si poteva raggiungere tutta l’audience. Problema risolto, anche se risultava impossibile realizzare le cronache testuali delle partite, poiché in 90 minuti sarebbero stati raggiunti solo il 30% dei tifosi.

Traversa. L’idea principale per cui era partito tutto il progetto, quella di commentare le partite live, viene quindi quasi completamente accantonata, lasciando spazio all’invio tramite canale WhatsApp soltanto di news generiche, risultati, informazioni dei giocatori e contenuti commerciali. Quasi completamente perché un piccolo escamotage è stato trovato per dare informazioni in diretta durante le partite del Como: il cambio dell’immagine del profilo con il nuovo risultato aggiornato nel caso di goal.

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Raddoppio. Il progetto, seppur rivisitato visti i limiti dell’applicazione di messaggistica istantanea, è sicuramente riuscito. A dimostrarlo le citazioni e gli interessi ottenuti da parte di testate quali Sport Mediaset e Gazzetta dello Sport, nonché i numeri: 5000 iscritti, più di 500 mila messaggi inviati, in 32 mesi di servizio.

Triplice fischio. Una piccola società calcistica come quella del Como ha fatto fare un grande passo al calcio nella nostra penisola, facendolo evolvere per stare al passo con i tempi e rendendo WhatsApp l’ennesima (ma non scontata) possibilità da sfruttare per restare a fianco dei propri tifosi, ma anche per motivi di marketing. Al di là dello sport più diffuso in Italia, però, ci sono tantissimi settori e possibili applicazioni del WhatsApp Marketing. I benefici di avviare una campagna con l’applicazione di messaggistica istantanea sono molti. Primo fra tutti la possibilità di raggiungere in maniera immediata gli utenti, poi l’elevato engagement in quanto si tratta di una chat e, infine, la viralità spontanea che nasce dal fatto che sia una novità per l’utente. Altrettanto importante è tenere a mente i limiti tecnici nell’avvio dell’azione di promozione: il numero di utenti e la conseguente  possibilità di raggiungimento dei messaggi. Avviare una campagna con WhatsApp è, dunque, un’opportunità da tenere in considerazione e, magari in futuro più prossimo del previsto, Mark Zuckenberg aprirà un servizio specifico sull’applicazione di messaggistica istantanea per il digital marketing. E noi del funnel saremo pronti!

SOCIAL MEDIA STRATEGIES È l’evento dedicato ai professionisti del Social Media Marketing – quest’anno giunto alla quarta edizione – che si é tenuto il 3 e 4 Novembre al Palacongressi di Rimini.

2 giorni con i maggiori esperti del settore, 10 sale tematiche, un percorso formativo totalmente personalizzabile, un’area espositiva nel cuore dell’evento.

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Cina: ultima frontiera social. Dallo speech di Emanuele Vitali di East Media al #WMF16

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– di Guido Lesen  @GuidoSprint
Quanti di noi riescono ad immaginare un web orfano di due tra i maggiori colossi quali Facebook e Google?
Come potremmo sopravvivere al giorno d’oggi senza il social più utilizzato a qualunque età e il motore di ricerca capace di dare una risposta a tutti i nostri quesiti?
Bene, in Cina hanno le alternative. O meglio, i colossi che maggiormente rispecchiano il lifestyle occidentale sono stati chiusi e censurati ma la vita social delle persone continua a svolgersi su altre piattaforme, a noi più o meno conosciute.
Quindi un imprenditore che voglia investire con il web orientale, come si deve muovere?
Innanzitutto, non deve sottovalutare ciò che sta alla base della vita quotidiana dei possibili acquirenti: il loro background culturale come ci spiega Emanuele Vitali di East Media srl al Web Marketing Festival.
COMMUNICATION GLOCAL
Il primo passo da attuare sta nella triade di azioni da compiere quando ci si approccia ad un universo nuovo ed inesplorato, senza cadere nella trappola del pensiero troppo provincialista ma evitando i fail che si nascondono puntualmente dietro l’angolo.
Bisogna dunque:
  • pensare globalmente (think global): l’ottica nella quale ci si immerge non deve limitarsi a ciò che conosciamo nel nostro piccolo, bisogna pensare in grande misurando i bacini di utenza davanti a noi, confrontandolo con ciò a cui siamo abituati;
  • agire localmente (act local): studiando profondamente e in anticipo la cultura del nuovo Paese, per non rimanere spaesati di fronte ad abitudini culturali a volte apparentemente bizzarre;
  • comunicare globalmente (communication glocal), attuando uno stile di comunicazione che mischi tra loro i due punti precedenti, strizzando l’occhio alla cultura locale ma lasciando intendere l’intenzione di voler trasmettere un messaggio chiaro e convincente.

Per fare un esempio, si prenda il QR Code: questa tecnologia in Italia e in Europa ha riscontrato meno successo del previsto, invece i cinesi – che vivono a ritmi elevatissimi e sono affamati di informazioni – cercano ovunque un QR Code per capire tutto ciò che sta dietro un prodotto, che sia esso una bottiglietta d’acqua o un prodotto di alta tecnologia.

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DA GOOGLE A BAIDU, DA FACEBOOK A WEIBO, DA WHATSAPP A WECHAT

Baidu è il Google cinese a tutti gli effetti, ha un algoritmo del tutto simile e parallelo a quello di “big G” ma ha anche, al suo interno, la possibilità per i brand di dare una sorta di preview del proprio sito e delle proprie pagine social, la Brandzone, per ingolosire maggiormente i possibili acquirenti e stimolare le cosiddette “call to action”, ovvero l’istruzione che spinge l’utente a commettere una determinata azione.

Il social network più simile a Facebook è Weibo, un misto tra Facebook e Twitter che raccoglie una fascia molto alta di utenti ma è improntato maggiormente alle informazioni più che alle interazioni: commentare e dare il proprio “like” non è così frequente come nei social occidentali, si è più riservati. Come sui social a noi noti, però, c’è la possibilità per le pagine ufficiali di ottenere la certificazione, dunque un posizionamento più in alto nelle ricerche su Baidu.
Infine, è da sottolineare la grande esplosione di popolarità di WeChat. L’app è passata da 194 milioni di download nel 2013 a 762 milioni di download nel 2016 e la sua forza è la
capacità di racchiudere più app in una: da Facebook ad Amazon a Skype fino a Whatsapp, passando per Google e Tinder.
Le grandi aziende stanno imparando ad utilizzare tutte le sfaccettature di WeChat, seguendo ad esempio questi passaggi schematici per riuscire ad attrarre un nuovo cliente:
  • Ricevono il following dopo campagne di visibilità del brand su altri social e su Baidu;
  • Aprono sulla bacheca del nuovo utente una sorta di microsito del tutto simile alla Brandzone preview;
  • Il brand targettizza l’utente, ottiene i suoi dati e gli invia dei messaggi privati multimediali, che lo stesso utente può trovare tra i messaggi dei propri amici – mossa che in Occidente può risultare invasiva ma che in Cina viene rispettata per la fame di informazione delle persone, che apprezzano quando un brand “si ricorda di loro”;
  • A questo punto, inizia una vera e propria chat con il brand, che ha definitivamente attirato l’attenzione dell’utente ed è pronto alle Call To Action e alla conversione.
A differenza di Facebook, quindi, l’utente cinese tende a seguire poche aziende per non ricevere troppa spam nelle chat, scegliendole con cura e cambiando difficilmente idea se viene colpito, mentre le aziende mirano ad avere pochi utenti ma davvero fidelizzati, il legame che si crea con gli utenti è molto più stretto e spesso si riescono a tramutare gli utenti attivi con la conversione in potenziali acquirenti.
IN CONCLUSIONE
Nel caso in cui si decida di approcciarsi al mercato cinese passando per i nuovi mezzi di
comunicazione, quindi, è necessario ricordarsi di studiare il background culturale, adattando le skill della propria azienda alle esigenze di mercato, a partire dal nome del proprio brand (ad esempio la Barilla, che ha fatto centro puntando su un significato che ricordasse il buon sapore e ha modificato il proprio slogan concentrandosi sulla leadership, più che sulla famiglia come in Italia) fino alla conoscenza delle dinamiche dei social e dei motori di ricerca.
L’impresa di riuscire ad emergere in un mercato così vasto è ardua ma seguire questi consigli e tenerli a mente è già un ottimo punto di partenza per stare al passo coi tempi, sull’onda di ciò che dice un vecchio proverbio cinese: “Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento”.
Lasciate a casa il cemento e i mattoni, siate folli come dei moderni Don Chisciotte.

Supereroi per un giorno? Ci pensa la gamification! #SMStrategies

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di Irene Marchesano – @IMIreneM

Rimini, 4 novembre – “Vengo da Verona, amo i Led Zeppelin e ogni volta che spiego di cosa mi occupo, mi sembra di essere come il personaggio del video virale “ma sono giapponese!”. È iniziato più o meno così lo speech di Roberta Migliori, communication consultant presso Wingage, dedicato al tema della gamification durante la quarta edizione del Social Media Strategies al Palacongressi di Rimini.

Ma di che cosa stiamo parlando e perché è così potente lo si può spiegare solo dopo aver creato la giusta atmosfera, dando alla sala strategy e communication le sembianze del nostro videogioco preferito. Sottoscritto il regolamento? Scelto l’avatar? Pronti a partire!

Come in un qualsiasi videogioco, dobbiamo imparare a giocare. Leggere le regole non equivale a saperle mettere in pratica di tutto punto e per questo definiamo la gamification, ovvero l’applicazione di meccaniche di gioco e di tecniche del game design in contesti non ludici. Possiamo utilizzarla per coinvolgere la community in modo divertente e innovativo, raggiungendo così i nostri obiettivi.

PRIMO LIVELLO: LE MECCANICHE DI GIOCO

2016-11-09Come ogni gioco che si rispetti, dopo aver scelto il nostro avatar alter ego, abbiamo una missione da compiere (e la tua che stai leggendo è quella di arrivare fino in fondo al funnel…intendevo post) che sarà terminata solo dopo aver raccolto tutti i punti. Dopo un tot di punti guadagnati, si passa al livello successivo: chi impiega minor tempo a raggiungere l’obiettivo si posizionerà in cima alla classifica. Tuttavia interrompere la lettura o arrivare in fondo barando è contro il regolamento e per questo sono previste anche delle penalità (uomo avvisato…).

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Queste sono solo alcune delle funzionalità che si possono scegliere. Inoltre si possono legare fra loro in modo diverso all’interno di una cornice che chiameremo narrazione.

Le meccaniche di gioco sono come una scatola di lego: isolate non valgono nulla, ma con il giusto incastro creano opere d’arte!

Per esempio, la Microsoft ha coinvolto con la gamification i dipendenti nel processo di revisione della traduzioni dei software con la Language Quality Game: si stimola enormemente il valore morale ed epico, perché sono responsabile della salvaguardia del mio idioma linguistico (tanto più forte quanto piccola è la comunità). Sono un eroe ed essere in vetta a quella classifica conferisce uno status superiore tra i miei colleghi. I risultati nella prima implementazione registrano 900 dipendenti partecipanti e quasi il 30% di essi ha inserito dei commenti utili, sebbene fosse opzionale.

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Se sei arrivato fin qui, livello COMPLETATO!

SECONDO LIVELLO: CREARE CONNESSIONI

Quando giochiamo ci immergiamo completamente: ci sembrano passati dieci minuti e in realtà è già un’ora. Ci divertiamo e man mano che avanziamo di livello anche il nostro avatar si trasforma, proprio come noi. E sì, perché il nostro organismo compie dei cambiamenti a livello fisico. In pratica, ogni volta che vinciamo o raggiungiamo un obiettivo che ci soddisfa, il cervello produce dopamina che in termini di web marketing è l’engagement. Il gioco è così una delle fonti più importanti di coinvolgimento.

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gamification big dataLe meccaniche di gioco possono così aumentare l’engagement e supportare la presenza online dei brand divertendo (e non solo). Infatti, una strategia di gamification ben strutturata può portare a valorizzare la fedeltà della community, ad aumentare il numero delle condivisioni, ma anche a raccogliere più lead profilati sul sito web.

Forza, sei a metà strada!

TERZO LIVELLO: SOCIAL MEDIA LAND

9 11 giugno 1961 Coppa  Italia

A questo punto Roberta Migliori ci fa atterrare in terra social illustrando alcune case history di gamification. Fra questi vengono citati: Foursquare con il suo sistema di coccarde esclusive che potranno essere sbloccate solo in determinati luoghi o particolari eventi, e Heineken che attraverso Instagram ha coinvolto la community, mettendo in palio dei biglietti per la US Open (vince chi trovava nell’immagine proposta l’elemento richiesto nella descrizione). Forse l’esempio più significativo ci viene dato dalla campagna “Play Original” del noto brand di abbigliamento Original Marines. Agli utenti sono affidate delle missioni il cui grado di difficoltà si alzava più era l’engagement richiesto. Chiaramente la strategia utilizzata era in linea con il target, ovvero famiglie con bambini. Sebbene non sia stato dichiarato ufficialmente, l’obiettivo di questa campagna era supportare la presenza social del brand. Dai dati (non ufficiali) è emerso che solo nelle prime tre settimane, 8000 gli iscritti, 60% di visite in più al sito, 20% di “mi piace” alla fan page e 95% in più di engagement su facebook. Insomma un successone!

Un ultimo sforzo, e via.

QUARTO LIVELLO: ESPANDERE GLI ORIZZONTI

Questa è l’ultima tappa. Abbiamo capito cos’è la gamification, compreso il potenziale e visto come brand o social implementano le tecniche di gioco per coinvolgere in modo innovativo. Adesso che hai preso un po’ di dimestichezza con le regole del gioco devi espandere i tuoi orizzonti. Le tecniche di gioco possono aiutarci a raggiungere degli obiettivi diversi che non hanno nulla a che fare con i social. E questo è il caso del sito di e-commerce Bonobo, il quale ha creato una specie di caccia al tesoro: l’utente doveva trovare nel catalogo online un signore con un certo tipo di pantaloni; chi ci riusciva riceveva un codice sconto da utilizzare.

Dall’e-commerce all’e-learning. Nel settore della formazione, Khan Academy vuole fornire servizi e materiali gratuiti utili all’apprendimento. Per facilitare gli utenti a completare il percorso di formazione, inserisce un avatar che ogni persona può scegliere e che si modifica strada facendo. E ancora si potrebbe citare la piattaforma per imparare le lingue Duolingo e molti altri.

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Infine parliamo di applicazione nel sociale. Con l’obiettivo di abbattere l’indifferenza dei più giovani nei confronti di chi sta peggio, Depaul UK, un’associazione attiva nel Regno Unito, ha ideato iHobo. IHobo è un senzatetto virtuale che vive nel cellulare 3 giorni (basta scaricare l’app gratuitamente) e come un tamagotchi, se viene ignorato sarà portato a vendere quello che ha per comprarsi la droga anziché il cibo. Inoltre l’app dà la possibilità a chi voglia di lasciare una donazione che fa leva sul nostro senso epico: consente di contribuire concretamente con un gesto che può salvare la vita delle persone in difficoltà. Ad oggi, oltre 1.000.000 di persone hanno scaricato questa applicazione.

VITTORIAAAA!

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Lo so che ti aspettavi un trofeo, ma questa è una versione beta e stai contribuendo al suo miglioramento.

Stay #funnel, per scoprire cos’altro è successo al #SMStrategies a Rimini!

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SOCIAL MEDIA STRATEGIES È l’evento dedicato ai professionisti del Social Media Marketing – quest’anno giunto alla quarta edizione – che si é tenuto il 3 e 4 Novembre al Palacongressi di Rimini.

2 giorni con i maggiori esperti del settore, 10 sale tematiche, un percorso formativo totalmente personalizzabile, un’area espositiva nel cuore dell’evento.

Gioia Gottini @le nuove professioni digitali: COLTIVATEVI, OGNI GIORNO

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di Elisabetta Molli – @mollibet

“Fare il freelance è un po’ come essere single, non sai mai se l’hai deciso tu o te l’hanno imposto”

All’improvviso, durante la terza edizione delle Nuove Professioni Digitali , tutta la sala scoppia in una fragorosa risata. Questa è Gioia Gottini, con ironia ci spiega tutti i lati positivi e negativi di essere una freelance come il tema della flessibilità: “possiamo lavorare quando vogliamo, negli orari che decidiamo noi, ma vuol dire sapersi organizzare molto bene e lavorare anche il giorno di Natale se il cliente ha bisogno!”

Gioia infatti è una freelance che si definisce coltivatrice di successi, in particolare aiuta le donne che vogliono mettersi in proprio a realizzare il proprio business. Nel suo blog si possono trovare moltissimi consigli utili per migliorare il proprio biz,  per utilizzare al meglio gli strumenti digitali e trucchetti per aspiranti blogger.

Ma perché proprio le donne?

La sua storia ci aiuta a capirlo, da madre e lavoratrice che è riuscita a conciliare le due cose facendo la freelance ha deciso di aiutare anche altre donne facendo di questo la sua missione, possiamo dire come una moderna Wonderwomaaaaaan!

La sua specialità è il personal branding che definisce come l’unione tra la propria personalità e i problemi che si risolvono. Questo è il segreto. Puntare sulla propria personalità e i propri punti di forza di cui però bisogna essere assolutamente consapevoli, anche per presentarsi in modo giusto alle aziende.

“Se sapete fare bene qualcosa probabilmente questo sarà utile a risolvere un problema quindi voi sarete la soluzione!”

Dobbiamo coltivare le nostre idee, formarci e informarci…COLTIVARCI insomma, come dice Gioia, perché in ogni scelta che facciamo, lavorativa o no, dovrebbe esserci un valore aggiunto, un qualcosa che ci spinga a farlo tutti i giorni. Dobbiamo cercare di capire qual è la nostra mission, che non è solo legata al mondo aziendale, ma può diventare la nostra “ragione di vita” perché per fare bene qualcosa, qualunque cosa, dobbiamo crederci fino in fondo.

Gioia conclude così e la seguo anch’io perché la realtà a volte è migliore del classico “e vissero per sempre felici e contenti”:

 “LA PASSIONE PAGA, NON BASTA, MA DOVREBBE ALMENO ESSERE UN PUNTO DI PARTENZA!”